Niente, non è rimasto niente, forse neppure una traccia nella memoria. La disordinata savana che circonda la città cela la carcassa di un vecchio "Tigrotto" arrugginito. L'unica prova rimasta di un'abitudine, una consolante abitudine ormai dimenticata. Quattro assi tarlate e pochi brandelli di plastica là dove un tempo ci si affollava, nella calura serale di un'estate infinita, per rinfrescare corpo e mente con uno spicchio di zuccherino sollievo.
Parlarne oggi mette tristezza, la stessa che si prova nel ricordare i campi da bocce rinfrescati dal glicine in fiore. Lo avete scordato anche voi? No, non credo: l'anguria ha lasciato un'impronta viva, indelebile, in ciascuno di noi. Il merito è anche di quelle improbabili baracche, erette senza il conforto di un architetto ai bordi delle tante strade polverose di un trentennio fa. Un vecchio camioncino, si, vecchio già allora, e pochi tavoli rivestiti di incerti lembi in plastica. Una tinozza con l'acqua corrente e un filo di lampadine colorate teso sotto la tettoia. Tanto bastava per richiamare i passanti, desiderosi di un mangiabevietilavilafaccia che accomunava le genti più diverse, tutte ugualmente afflitte da caldo e umidità.
Nell'erba alta trovavano rifugio lucide berline e rombanti auto sportive, come pure le biciclette e le Lambrette dei più. Con mano esperta il gestore cercava i frutti migliori, e confortato da un sonoro rimbombo li sezionava in fretta per saziare i più avidi. Gli altri, quelli che rinunciavano all'agreste ruvidità delle panchine, si affidavano ai precari equilibri della Stadéra che decretava pesi da record: 15 chili per 150 lire! Siete tentati vero, dal dirmi che tutto ciò esiste ancora ai margini di qualche sconosciuta periferia?
Non ingannatemi: si sono persi i popolari appetiti di allora, e l'Anguria giace inerme, pallida, nei banchi frigorifero dei supermercati. Spogliata di un contorno popolare e chiassoso, è diventato un frutto da additare per l'alto contenuto in zuccheri. Stolti dietologi, dimentichi dei benefici effetti sull'umore che una sosta al chiosco regalava, l'Anguria non si discute. Neppure i biotecnologi possono mutarla, partorendone di quadrate o di minuscole. Se ne possono ancora celare le fattezze in un gelato, o in un aperitivo alla moda, ma l'Anguria rimane indissolubilmente legata a quello spicchio di ammiccante sorriso che affascina e diverte, adulti e bambini al contempo.


" Pesco perché mi piace pescare; perché amo i luoghi – sempre splendidi – dove vivono le trote e perché odio i luoghi – invariabilmente laidi – dove vive la gente. Pesco per tutte le pubblicità televisive, i cocktails e tutte le altre fesserie alle quali questa attività mi permette di sfuggire. Pesco perché in un mondo in cui la maggior parte della gente sembra in gran parte passare la propria vita a fare delle cose che detesta, la pesca è per me un’inesauribile fonte di gioia e un piccolo atto di ribellione; pesco perché le trote non mentono né ingannano e non si lasciano comprare né corrompere da una qualsiasi dimostrazione di potere: le trote le si conquista a forza di calma, di umiltà e di infinita pazienza; pesco perché ho l’idea che gli uomini facciano soltanto un passaggio su questa terra e non vorrei sprecare il mio; perché, Dio sia lodato, non ci sono telefoni sulle rive dei torrenti da trote; pesco perché soltanto nei boschi posso gustare la solitudine senza sentirmi isolato; perché il bourbon è sempre migliore quando lo si beve in un vecchio bicchiere di metallo, da qualche parte laggiù; perché può essere che un giorno acchiapperò una sirena; e, infine, pesco non perché io consideri la pesca come un qualche cosa di così terribilmente importante, ma proprio perché io considero la maggior parte delle altre preoccupazioni degli uomini come altrettanto vane – ma raramente così piacevoli. "
John D. Voelker (Robert Traver)
Testament d’un pêcheur à la mouche
Gallmeister, Paris 2007 (tit.orig. Trout Magic, The Lyons Press, New York 1992).
. . ...e ce lo dici così??? (Morgana64)
. . . . ciao ornellik (Maccaru2023)
. . . . . . no... (Morgana64)
. . . . . . . . mi fa piacere (Maccaru2023)
. . . . . . . . . . ehi ... (Morgana64)
che ricordi! (Twiggysan)
. . ehi ma davvero (Morgana64)
. . . . già, incredibile ma.. (Twiggysan)
. . . . . . ah beh giusto loro potevano... (Morgana64)
Anguria... (Morgana64)
. . Ma veramente... (Hickory)
. . . . fammi capire... (Morgana64)
. . . . . . ebbene si' (Hickory)
. . . . . . . . ...è pur vero (Morgana64)
Il Pistacchio di Bronte è una varietà unica al mondo, per profumo e colore, insuperabile per l'utilizzo in pasticceria; da questa terra siciliana baciata dagli dei nasce uno smeraldo dall'intenso profumo di resina.
Frutti, pensavo, buoni per la memoria più che per il palato. E invece me li sono visti offrire durante una gita al bellissimo borgo di Arquà Petrarca.
Nel cuore dell'inverno ci porta negli occhi immagini di terre assolate, di alberi fioriti, di colori vividi e accesi.