(Puntata precedente)
Avevo fermato la macchina in cima alla salita, dove la strada terminava bruscamente in uno spazio nero circolare, bordato di pietre dipinte di bianco. Proprio di fronte c'era una cinta di rete metallica con un cancello nel mezzo da cui pendeva ormai appeso solo più da un lato un cartello rozzamente scritto a mano con un pennello grosso "Strada privata. Divieto di transito".
Il cancello era aperto e da un pilastro pendeva un grosso lucchetto appeso a una catena. Proseguii con cautela, a luci spente, con la luna che c'era si poteva tranquillamente leggere il giornale. Girai con la macchina attorno ad un cespuglio di oleandri bianchi. Dentro il cespuglio era ormai rovinata l'insegna del ristorante che era stata issata qualche anno prima: restava la parte iniziale un ridicolo "Fac Fac", il resto era stato frantumato dai sassi impietosi di qualche marmaglia. Il dramma era terminato da appena qualche mese e già si vedevano chiari i segni dell'incuria e dell'abbandono.
Superato il cespuglio mi trovai nella corte destinata alle macchine. Dentro nessuna luce. La luna alta nel cielo, gettava un chiarore bluastro sui muri intonacati di bianco. Alcune finestre a pianterreno avevano le imposte chiuse. Quattro cassette piene di rifiuti erano allineate davanti ai gradini d'ingresso. C'era un grande bidone della spazzatura, rovesciato, vuoto. E c'erano due bidoni di metallo, più piccoli, pieni di cartacce e giornali vecchi.
Fermai la Duna, spensi il motore e rimasi seduto a osservare. Dalla casa non veniva un suono, un segno di vita. Spitz aperse la portiera dalla sua parte e balzò a terra. Scesi anch'io e lasciai lo sportello aperto con le chiavi nella serratura. Spitz girò intorno alla macchina e mi si fece vicina. Mi parve di sentirla tremare prima ancora che mi toccasse. Poi mi si appoggiò contro, e mi passò le braccia attorno al collo.
- Lo so che sto facendo una stupidaggine - sussurrò - potrebbero ammazzarmi per essere venuta qua ma... baciatemi dunque!
La baciai. Le sue labbra erano secche, brucianti.
- Fischia! che mafero! - le sfuggì
- Lui è qui? - depistai
- Ne sono certa - assentì lei. Aveva smesso di tremare.
- E chi altro?
- Nessuno, ritorna sempre da solo. - Esitò. Ebbi l'impressione che mentisse
- Baciatemi ancora, potrebbe essere l'ultima volta...
La spinsi via, ma con delicatezza. Lei fece un passo indietro e alzò rapidamente il braccio destro. Stringeva un coltello Kasumi per filettare damascato, 24 centimetri di lama affilatissima in acciaio inox ad alto contenuto di carbonio a 32 strati e una durezza di 60 Rockwell, roba da professionisti. Con una scimitarra del genere poteva incidermi un sorriso ombelicale che avrebbe scoperchiato intimità troppo inconfessabili. Compresi la borsetta oversize.
- E allora resta fermo dove sei e ascoltami.
Mi sentivo irritato: era passata a darmi del tu, uno scadimento del tono inaccettabile, ma aveva degli argomenti troppo convincenti per obiettare qualunque cosa.
- L'ascolto - feci magnanimo.
La luna alta faceva splendere debolmente la lama e lei me la teneva puntata addosso. La mano non le tremava più. Pensai che avrebbe dovuto avvicinarsi comunque troppo per essere letale e se mi fossi buttato a terra al momento giusto... Ma non ero così in gamba. Non dissi nulla. Mi sentivo la lingua grossa.
- Quel vecchio porco del padrone ha sempre tenuto i prosciutti chiusi a chiave in una cella. Nessuno è mai riuscito a capire da dove si entrasse, aveva persino fatto fare un antifurto su misura, per la stagionatura lavorava sulla temperatura e l'umidità, tutte le sere controllava e programmava i parametri, fino a quando è arrivato alla perfezione. S'era fatto un giro di clienti eccellenti, tutti pezzi grossi, pagavano sull'unghia. Quando si è volatilizzato, là dentro c'erano almeno una mezza tonnellata di crudi da urlo. Sono venuta qui più di una volta ma è sempre stato impossibile da trovare. Oggi ci sarà lui, o lui o il suo cuoco, devono venire, ne sono certa.
Si interruppe, guardandosi intorno, lentamente. Ero un po' chino in avanti, con le ginocchia piegate, di nuovo pronto a balzare. Ma continuavo a non essere abbastanza in gamba.
- Oggi fanno sei mesi giusti. Aveva appena messo via dei Lombini della Val Terossica, avvolti nelle erbe. Ci vanno sei mesi, e poi sotto la cotica è un tripudio, il lardo ti si fonde in bocca lasciando la fragranza delle erbe e non ti resta che masticare la carne assaporando la stagionatura...
Sognava e si vedeva il suo sogno tangibile come una di quella palline antistress che ti rotoli in mano, potevi quasi sentire il profumo di quello che descriveva, che ti entrava dentro come il fumo delle grigliate del festival dell'Unità, e ti si appiccicava addosso come il puzzo di fritto di un ristorante cinese.
- Oggi fanno centottanta giorni giusti, deve venire a toglierli.
- Beh, se è scrupoloso, ci sarà - osservai, tenendo sempre d'occhio la mano che stringeva quella specie di katana.
Nemmeno un piccolo fremito ora. Spitz diede una risata sprezzante.
- Bel gnocco, mi sei piaciuto, per qualche strana ragione, e ora voglio fidarmi di te.
- Ci pensi bene, non voglio reclami.
- Se ti lascio la lama mi prometti di portare a termine la missione? Io mi sono esposta troppo ormai, non riuscirei ad arrivarci e poi, - continuò con una voce stanca, sommessa - le mie transaminasi non permetterebbero. In questo periodo mi sono letteralmente mangiata il fegato, ho cominciato a bere, prima solo qualche Crodino, qualche aperitivo non proprio analcolico, poi sono andata giù sempre più duro, l'Aperol, il Martini, lo Spritz, poi nemmeno il Campari faceva più effetto, sono passata ai cocktail, poi al Gin. Quindici giorni fa ho avuto una crisi, coma etilico, han parlato di cirrosi, di pancreatite. L'altro giorno mi sono tolta la flebo e sono uscita dalla lavanderia dell'ospedale vestita come un portantino, perché io dovevo esser qui. Ma se assaggio anche solo una fetta, sono morta.
- Quindi del suo Eros...
- Che si fotta, è meglio che non lo ritrovi, perché potrebbe venirmi in mente che mi ha mollato senza nemmeno dirmi cosa metteva nel biritello...- mi guardò speranzosa - Sei la mia unica possibilità ora. Promettimi che lo farai... - implorò
- Mi crederebbe se glielo promettessi?
Da un punto imprecisato venne il cigolio di una finestra chiusa male che sbatteva, ma mi parve lontano come il pianeta Marte, senza senso come il cicaleccio delle scimmie in una foresta brasiliana. Non aveva niente a che vedere con me.
- Può darsi che alla fine ci riesca, anche se... al prosciutto devo togliere il grasso, mi fa schifo - ammisi farfugliando
- Non importa, mi basta sapere che questa lama affondi in quei prosciutti ormai... - Sorrise - Buona notte, bel gnocco. Mi vestirò di nero per te, perché sono bella, cattiva... e perduta.
Appoggiò il coltello distante per terra, mi chinai a raccoglierlo, stringendolo tra le dita. Per un altro istante restammo in silenzio senza fare un gesto. Poi lei scosse il capo e balzò in macchina. Avviò il motore e chiuse la portiera di scatto. Portò il motore al minimo e rimase seduta a guardarmi. Sorrideva, ora.
- Sono stata brava, vero? - bisbigliò.
Accennai solo un sorriso con l'angolo sinistro della bocca. - A fregarmi sei stata eccezionale - pensai.
La macchina arretrò con violenza e le gomme stridettero sull'asfalto. I fari si accesero. L'automobile girò a sinistra e scomparve dietro una macchia di oleandri. La luce dei fari guizzò tra gli alberi e sparì, il rombo del motore si confuse col gracidio strascicato e lamentoso delle raganelle. Il cigolio di prima si ripetè, la finestra continuava a essere chiusa male e a sbattere. Poi anche quello cessò e per un momento non vi fu alcun suono. E nessuna luce, eccetto la vecchia luna stanca.
Mi resi conto in quel momento che avevo lasciato l'abbonamento dei bus sullo specchio nell'entrata e il portafoglio con i documenti e i soldi era al sicuro nel cassetto del mio studio. Non li porto mai quando faccio queste improvvisate. Qualcosa mi diceva che sarei tornato a piedi, a meno che i taxisti non facessero lo sconto comitive tipo corsa gratis al cinquantamillesimo cliente. E a patto che non fossi il quarantanovemilanovecentonovantanovesimo...
(continua...)


Bluter, alias Mauro, classe 1956, Torinese. Con mia moglie, due figlie, cani & gatti vari, abito fuori Torino. Sono medico (Anestesista), lavoro da una vita in ospedale, mi occupo di emergenza. Ascolto molta musica, mi piace il country, il bluegrass, le jugs band, il manouche, la musica da banda, Gianmaria Testa, Conte, Cammariere, ma se viaggio ascolto audiolibri, AC/DC o musica classica. Suonavo la chitarra, ora lo faccio molto raramente, ho imparato i balli occitani, la curenta, in epoca non sospetta, cioè quando li ballavano ancora dalle mie parti alle feste di paese e non nelle feste popolar-macrobiot-pacifist-cittadine, amo il musette.
Mi interesso di dizione e lettura ad alta voce, e raccolgo brani che talvolta leggo agli amici la sera.
Leggo di tutto e molto, le mie passioni sono i racconti brevi, Camilleri, Pennac, Severgnini e tanti altri. Amo i fumetti ma come Andrea Pazienza non ce n'è più. Manara mi intriga, adoravo i vecchi numeri di Linus, che ho conservato ancora in soffitta,
Ho una passione per la storia, ho una vasta collezione di film e mi piacciono le ricostruzioni storiche, i film di guerra, i vecchi film in bianco e nero.
M’interessano le filosofie orientali, ma non ne faccio una fede.
Nei viaggi (non tantissimi) la curiosità è lo scoprire un popolo a tavola, nei mercati, nei negozi.
ho scritto anche qualcosa non di cucina, nel blog indicato sotto (che non è "mio" ma che tengo con altri colleghi). Lì il mio nick è Herbert Asch.
In cucina, adoro gli spaghetti grossi, i vermicelli n.8, dopo viene tutto il resto, in ultimo la carne, la selvaggina e le carni di volatili (pollo, coniglio); non sopporto il fegato ed il brodo di gallina, per il resto ho mangiato già di tutto. Amo il vino bianco frizzante secco e fresco, l'acqua gelata, il tè cinese verde caldo, la birra fresca, la vodka, la grappa di frutta, il vino mi è, in realtà, indifferente.
Mi piace improvvisare sui rimasugli del frigo, in cucina abbiamo spazio ed ho distribuito barattoli dappertutto, con ogni genere di spezie, abbiamo sempre avuto un putagè, la stufa che d'inverno è il posto per cucinare che amo di più. D'estate la casa si apre all'esterno e mi piace improvvisare insalate sminuzzate sul tagliere antico di noce.
Ora che ho finalmente una certa età, forse riesco a vedere alcune cose con più distacco mentre alcune altre le assaporo meglio, con più gusto ed a qualcuna, finalmente, riesco anche a dire di no.
Dopo una vita passata a vedere schifezze ed a cercare di metterci riparo, ho voglia di non pensare più troppo a cose serie e cerco di togliermi delle soddisfazioni. Cerco di dire quel che penso, senza pensare troppe stupidaggini, di trovare persone sincere, situazioni vere, sensazioni piacevoli (i sostantivi e gli aggettivi possono essere variamente combinati, va bene lo stesso).
Qualcosa di tutto questo ho trovato in Cooker, senza enfatizzare, ma la cosa mi diverte e tanto basta.

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