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Le avventure di Tarallo: Una Brutta Notte

di triestina - 01/18/2008

Gli seccava tornare a quell'ora a casa, perché attraversare quella zona a certe ore della sera poteva anche esser pericoloso, si potevano far dei brutti incontri.
Tarallo camminava spedito, per i vicoli, su da Caricamento dove aveva incontrato un cliente che gli aveva offerto la cena. Niente di speciale, in una friggitoria in Sotto Ripa, ma intanto aveva lo stomaco sistemato. Svoltò per via Orefici e da qui, veloce, s'immise in piazza Campetto. Poi, lo vide.

Nella scarsa illuminazione della zona dapprima Tarallo pensò si trattasse d'un grosso mucchio di stracci buttato là come succede qualche volta, ma poi, mentre a passi circospetti vi si avvicinava, si rese conto che il fagotto nascondeva un uomo. Ne scorse i piedi, da sotto la coperta che il lampione ingiallito appena illuminava. Contro il muro, pareva dormisse, il poveraccio. E una sorta di berrettone di stoffa consunto gli copriva il volto. In Tarallo lo spirito d'un tempo non veniva mai meno. Lui che era stato nella Benemerita, non faceva mai finta di niente. S'accostò attento, fortuna che c'era luce sufficiente per distinguere una bottiglia di vino vuota accostata al bacino del povero cristo, la mano abbandonata. S'accorse che la bottiglia di rosso s'era vuotata un poco sulle pietrone della piazza e sui poveri pantaloni.

- Ehi... avete bisogno? – mormorò Tarallo un poco chino sul mucchio di stracci. Puzzava di vino da pochi soldi. Un fetore orribile. Gli toccò appena una spalla e di
colpo il fagotto si abbattè sul fianco sinistro, come un sacco vuoto.
- Ehi, voi... mi sentite?! – Tarallo si era ritirato istintivamente, ma ora si era piegato su quel povero mucchio di cenci. Trovò alfine il polso lercio che tastò attento.
Accidenti, il tizio era bello morto e quello che a prima vista gli era sembrato vino versato era sangue che gli era uscito da una profonda ferita sul fianco che ora
riusciva a vedere.
Una voce dietro lo fece sobbalzare: - Che succede? - Era una pattuglia, una delle rare che faceva il giro dei vicoli del centro storico la notte e si imbatteva solo in delinquenti e drogati.
Tarallo si presentò, spiegò la faccenda: - Credevo fosse vino...
Uno dei due carabinieri chiamò subito la centrale e un'ambulanza.
- Non credo gli possa servire ormai – mormorò Tarallo con l'aria smarrita – l'hanno accoltellato. Povero diavolo, poteva avere trent'anni... sì e no.
- Tutte le sere ne troviamo qualcuno, vada pure, grazie signore – disse cortese uno dei due. Un brigadiere al quale aveva lasciato le sue generalità.
Il nostro segugio salutò e lentamente s'avviò verso casa, pochi passi verso Scurreria e finalmente il portone. Buio, silenzioso. Da lontano udì una sirena, proprio mentre saliva le rampe.

Si lavò per bene le mani, poi andò nel suo "studio". Sorrise fra sé pensando che la povera Cesira si ostinava a chiamare "studio" quella stanzetta di tre metri per due, in cui aveva sistemato una vecchia scrivania avuta in regalo, un guardaroba tarlato che gli serviva da archivio e una poltroncina da salotto ricuperata dal rigattiere. Sedette stancamente quella notte, poi tirò fuori dalla tasca il biglietto che aveva trovato proprio nella mano del morto, là in Campetto. Prima di tastargli il polso e prima che arrivassero gli agenti. Oh certo che non si doveva fare, perbacco! Lo sapeva benissimo, che occultare delle prove era reato! Ma che prova poteva mai essere quel bigliettino strappato che il disgraziato teneva stretto fra le dita dalle unghie nere e sporche?

Lo stese sul ripiano della scrivania. Era stato scritto con una sorta di matita copiativa che, bagnata, aveva fatto uno scempio delle parole. Sul foglietto si poteva ancora sentire l'odore del povero ammazzato, perché era chiaro che l'avessero accoltellato, anche se lui, il coltello non l'aveva notato là vicino al corpo. Ma con quella luce del lampione... che si poteva vedere? Giusto grazie a dove si mettevano i piedi.

Dunque il biglietto: secondo una prima sommaria decifrazione c'era scritto uova ripiene (II): il mistero si faceva più fitto. Uova ripiene? Un codice? Una frase come una parola d’ordine? Che intendessero i soliti "ovuli"?
Tarallo a quel punto decise che doveva andare in fondo al mistero e svelare l'arcano delle frasi sibilline e misteriose. Forse un linguaggio segreto? Continuò a leggere: uova 6 - burro - molica di pane - grana 2 cukiai colmi -f unghi sechi un pissico - qualche foglia di prezemolo e sale.

Era chiaro che l'autore avesse frequentato poco la scuola, ma quei numeri, quelle frasi avevano fatto venire a Tarallo il mal di testa. Era certo che vi si celasse un messaggio. Magari per gli spacciatori o per qualche altro delinquente. Ci si arrovellò per ore. Andò a letto tardissimo, coll'assillo di quelle parole e di quei numeri. Perché niente avrebbe potuto mettere in relazione quel disgraziato morto accoltellato e una qualche parvenza di ricetta. Aveva voltato il foglio dopo qualche ora d'esame e vi aveva trovato scritto: 6 uova, 1 panetto di burro da mezz’etto. Latteria della Lina.

La Lina, in pratica poteva anche essere quella sull'angolo: quella piccola latteria verso via Luccoli, proprio quasi in fondo alla Casana. Faceva buoni gelati la Lina... un tempo! Tarallo si coricò che erano quasi le due di notte. Al mattino in Campetto era tutto un assembramento di gente che commentava l'accaduto.
Tarallo, malgrado la nottataccia s'era alzato presto e nell'attraversare la piazza sentiva i commenti: - Povera Giuse... che figlio... doveva finir così... o prima o poi…
- Lo mandava a comprare dopo che s'era rotta il femore... - diceva un'altra donna
- Gli dava i soldi e lui se li beveva...
Questi commenti schiarirono le idee a Tarallo, ma era certo che la Emma Cetrioli, avrebbe avuto notizie dell'ultimo minuto. S'avviò verso il palazzotto dove aveva il suo ufficio. E la vide subito la Emma: stava naturalmente facendo comizio nell'androne. Alcuni condomini ascoltavano, pendendo dalle sue labbra, la storia truculenta dell'accaduto.

Tarallo s'avvicinò: - Signora Emma...
- Oh è lei! Ha sentito? Un delitto! – esclamò tutta agitata, rossa in volto – L'hanno ammazzato come un cane il povero Berto, il figlio della Giuse di Canneto... quella
che s'è...
- ...rotta il femore. – concluse Tarallo con l'aria stanca. – Ho sentito.
Gli altri batterono in ritirata. Restò lui colla Emma Cetrioli alquanto perplessa. – Ha già saputo...
- L'ho trovato io, signora Emma, ieri sera che tornavo a casa...
- Ma noooo! Davvero? Lo sa che s'è sentita male e l'hanno portata via stamattina, appena le han detto del figlio? Oh povera Giuse! – fece portandosi le mani alla
testa – quante ne ha passate con quell'ubriacone.
- Ma perché secondo lei l'avranno accoltellato?
La Emma lo fissò cogli occhietti sgranati: - Accoltellato? Come... accoltellato!
- Perché?
- Loro dicono...
- Loro chi?
- I carabinieri, la polizia, c'erano tutti. Dicono che gli han sparato al Berto. Regolamento di conti. Doveva dei soldi... - la Emma si strinse nelle spalle. – Colla
pensione del povero marito, certo non campavano da re. E lui si spendeva ogni lira.
- Si drogava?
- Ma nooo! Lui giocava alle tre tavolette e perdeva sempre, regolarmente. – la Emma sospirò – Quell'imbeccille.... come parlando da vivo, andava fino in Porta
Soprana per trovare quegli imbroglioni. E perdi oggi, perdi domani... quelli non scherzano!
Tarallo tagliò corto, salì in ufficio mestamente. Era incredibile come la Emma Cetrioli sapesse tutto di tutti. Il mestiere di portinaria le era tagliato addosso, giusto giusto come una guaina. Fatto per lei.

Si mise a riflettere sul foglietto trovato in mano a quello sfortunato ragazzo. Ecco perché non aveva trovato l'arma accanto al corpo. La povera Giuse, doveva fare un piatto di uova ripiene, gli aveva scritto cosa comprare e quanto e dove. Ma perché certi ragazzi finivano così miseramente?

Ma quanto burro andava messo nella ricetta di uova sode ripiene secondo l'Artusi?


Autore
triestina

"la tragedia della vita è ciò che muore dentro ogni uomo con il passare dei giorni" A.Einstein

(agg. 9/2011)

Commenti
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