Dall'unica finestra aperta dell'angusto ufficio di Tarallo entrava uno strano odore proveniente dal vicolo sottostante. Non era il solito odore dell'immondizia.
Succedeva così ogni qualvolta cambiava il tempo e dal porto arrivava la "macaja" ossia quello scirocco appiccicoso e opprimente che portava odore di darsena e di stoccafisso.
Tarallo si alzò e andò a chiudere i vetri. Si stirò la schiena colle mani sui fianchi e fece un bel sospiro. Almeno era meglio l'odore di cavoli della signora Cetrioli Emma, portinaia, che ormai faceva tutt'uno col palazzo. Quando si voltò, si trovò davanti un tizio magro, altissimo e lievemente curvo. "Pare un uccello del malaugurio" – pensò Tarallo che raramente trasaliva.
- E lei chi sarebbe? – domandò non avendolo sentito entrare
- Sono qui per una faccenda seria... - non parlava, soffiava, bisbigliava, talmente sottovoce che Tarallo dovette sporgersi oltre la scrivania per sentire le sue parole. Le mani del cliente stringevano adunche una busta gialla gualcita, sicuramente passata di mano in mano per lungo tempo. L'occhio di Tarallo non sbagliava mai.
- Che faccenda? S'accomodi...
Era davvero un tipo inquietante. L'abito scuro, di foggia antiquata come quelli che portava Tarallo lo faceva sembrare anche più ossuto. Sedette, la busta sulle ginocchia.
- Intanto lei scusi, come si chiama? – iniziò con tono professionale Tarallo sedendosi sulla sua girevole che scricchiolò miseramente.
- Lei è un investigatore vero?
- Le domande le faccio io, caro signore. Signor...? – incalzante, Tarallo fece la voce grossa.
- Coratella, Bernardo Coratella – di nuovo il sussurro.
- Bene, ehm, signor Coratella. Adesso mi dica tutto. – Tarallo tirò fuori il suo blocco d'appunti e la biro, li posò sul ripiano. Fissò il cliente attento. – L'ascolto.
- Ho acquistato un vecchio immobile... dalle parti di Principe.... - disse alla fine il tizio allampanato – con annessa cantina. Un mucchio di cianfrusaglie...
ciarpame... io sono antiquario, me ne intendo. – lo disse con tono di sufficienza. Che si riferisse ai mobili di Tarallo? Per un attimo il nostro investigatore ebbe un amaro sospetto.
- Ebbene? – lo incitò incuriosito da quel girar fra le dita la busta gialla come fosse una frittella.
- Eh si fanno strane scoperte in certi vecchi palazzi! – Finalmente Coratella si era sciolto.- Lo sa che c'era prima un grande hotel lì?
- Tiri avanti.
- Per farla breve ho trovato... un manoscritto! – ecco, l'aveva detto. Coratella Bernardo aveva sputato il rospo e la busta d'incanto era finita sotto lo sguardo
avido di Tarallo.
- Manoscritto? – l'investigatore allungando una mano s'impossessò della busta. Era unta, chiusa da una vecchia graffetta arrugginita. – Posso? – chiese con dita tremanti.
- Certo, certo...- fece Coratella.
Il foglio era di quaderno. Un vecchio tipo di quaderni che usava anche suo padre da piccolo. Colle righe da prima, gli pareva. Quelle larghe, alte, per chi principiava a scrivere e aste e filetti, le "a" e le "e" in bella grafia. C'era scritta, gli parve, una serie di cose... un elenco.
- Deve aver cinquant'anni almeno questa roba... - borbottò Tarallo scorrendo le righe e cercando di cavarci qualcosa di sensato.
- Cento, forse duecento. – dichiarò col tono grave Coratella
Certamente se era davvero un antiquario, pensò Tarallo fra sé e sé, doveva aver possibilità e denari. Pregustava di già una lauta parcella.
- Mi dica signor Coratella, che c'entro io? – sbottò d'un tratto per fingere indifferenza.
L'altro si sporse verso di lui e con l'indice adunco, fece cenno a Tarallo d'avvicinarsi. I due protesi l'un verso l'altro confabularono alquanto. Alla fine, Tarallo sentenziò: - Troverò lo scritto mancante. Stia tranquillo, signor Coratella. Tarallo non falla! – Gli tese la mano.
Il cliente era andato, lasciandogli sul tavolo un assegno e un biglietto con indirizzo e telefono. Non aveva neppur fiatato quanto Tarallo aveva gettato là la cifra. Non un boh. Libretto degli assegni e via! Mica capitavano spesso quei clienti. Si mise subito a tentare di decifrare il manoscritto.
“Gela..ina di Fra…ole in gelo” – la prima riga era sicuramente Gelatina di Fragole in Gelo. Tarallo si strofinò bene le mani. E proseguì attento, colla sua lente sotto il naso.
“Fr……..molto rosse e ben m…..ture gr. 300” – e fin qui quasi normale.
“Zucchero grammi 200”
La quarta riga però era proprio illeggibile per via di quella piega del foglio che Tarallo, per quanto si industriasse, non riuscì a spianare.
“Acqua decilitri 3” – chiarissima la quinta riga
“Rhum due cucchiaiate” – magnifico! si ringalluzzì Tarallo
“Agro di li……” – limone! Era sicuro che fosse agro di limone sulla settima riga.
Seguiva una abbastanza chiara sequela di spiegazioni sulle procedure da seguire per far quella gelatina. In un italiano antiquato, pomposo, lo scritto pieno di svolazzi. Lesse e rilesse chissà quante volte quel foglietto spiegazzato. Per ore ed ore. Quasi non s'accorse che la luce del giorno non entrava più dalla finestra. S'era fatta sera e ancora stava là a rimuginare su cosa diavolo ci fosse scritto su quella quarta riga. Doveva ancora una volta ricorrere alla Emma Cetrioli. Gli seccava parecchio, ma in certe cose, s'era dimostrata proprio una valida collaboratrice. E poi, bastava una mancia a Natale.
Quale misteriosa frase si celava alla quarta riga del manoscritto?
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"la tragedia della vita è ciò che muore dentro ogni uomo con il passare dei giorni" A.Einstein

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