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Nove giorni in Giappone

di Mariber - 10/12/2003

Troppo pochi, lo so, per scrivere di cucina giapponese. Infatti non è questo il mio intento: piuttosto condividere con voi ciò che in Giappone mi ha stupito ed incuriosito sul tema "cibo".

Data la mia attitudine da giovane (!) marmotta a sperimentare ed esplorare, già sull'aereo abbandono i miei panni di macarona e all'hostess della Singapore Airlines chiedo, intrepida, il pasto giapponese; sto viaggiando con una trentina di colleghi ed il fatto che nessuno si sogni di fare altrettanto dovrebbe suggerirmi qualcosa… già, che io sono moooolto più cosmopolita di loro, e poi... "al ristorante giapponese di Nizza ci ho mangiato un sacco di volte, perciò… "

Morale: nel vassoio che mi arriva non c'è nulla, assolutamente nulla di commestibile, e se ve lo dico io potete crederci; bizzarri cracker neri e duri, simili a pezzetti di ardesia; un piccolo agglomerato di tagliatelle di soya immerso in un liquido incolore e insapore (acqua giapponese?); gli involtini di riso e alghe (pallida imitazione di sushi, ma senza pesce) sembrano di polistirolo, ma sono la cosa migliore… ne mangiucchio uno con espressione falsamente soddisfatta, odiando ferocemente il mio collega che spalma beato il classico formaggino da aereo…

Ed eccoci a Tokio! Ora, non posso dire di aver girato il mondo, ma mi è capitato di visitare anche alcuni paesi lontani e potenzialmente pericolosi; ebbene, nessun altro posto mi ha tolto l'indipendenza come Tokio... Sulle prime non me ne rendo conto perché, oltre che con la nostra preziosa guida, parliamo soltanto con il personale poliglotta dei grandi alberghi.

Ma è bastata mezza giornata di libertà a far diventare dei cuccioli spauriti anche i più "scafati" di noi: per la strada, alle bancarelle, nei negozietti non siamo in grado di farci capire da nessuno, perché - checché se ne dica - ben pochi a Tokio parlano l'inglese (e vi risparmio la descrizione dei nostri dialoghi con il taxista: tra i suoni che emettiamo e la nostra mimica, sembriamo una rappresentazione di teatro No...)

Ogni tempio minore o giardino o luogo ameno da visitare che non sia in pieno centro prevede regole di comportamento perfettamente codificate ed enunciate all'ingresso, in pannelli scritti (disegnati?) esclusivamente in giapponese. Nei quartieri periferici, il gusto nipponico in fatto di arredamento negozi fa sembrare i ristorantini dei locali equivoci ed i locali equivoci delle sale-giochi. I supermercati contengono una quantità di merce curiosa ed attraente, ma molto spesso assolutamente non identificabile. Insomma, torniamo in albergo afflitti e rassegnati ad essere i pulcini ubbidienti di una chioccia di nome Hamasaki-San.

A Kyoto incontrerò due care amiche giapponesi conosciute in Francia anni prima, e benché abbia portato loro regalini italian-style, desidero offrir loro anche una cosina di gusto nipponico; Hamasaki San, a cui chiedo consiglio (sì, mi sono ridotta a chiedere anche cose come questa, avendo ormai perduto l'autonomia mentale) non ha dubbi: niente rende felice un giapponese come il dono di un melone. Un melooooneee? Beh, in effetti ho già avuto il sospetto che la frutta in Giappone sia considerata alla stregua di un diamante: grazie alla munifica ditta che ci ospita abitiamo in alberghi a 5 stelle ed i buffet sono sontuosi, sfarzosi, ricchi, abbondanti... tranne che nel tavolo della frutta, dove bisogna ingaggiare lotte feroci per aggiudicarsi una piccola mela o una fetta d'ananas.
Mi spiegano che il Giappone non importa frutta (di fatto, importa meno che può di tutto) ed essendo un paese piccolo e popoloso le aree destinate alla coltivazione sono relativamente poche. Per giunta, l'innato senso estetico nipponico fa sì che gran parte di questa frutta non arrivi mai al pubblico, perché se una mela, ad esempio, non è rigorosamente sferica, levigata e perfetta non viene messa in vendita.

Mi torna in mente che quando eravamo in Francia faticavo sempre a strappare dal reparto-frutta dei supermercati le mie amiche giappo: gongolavano stupite e facevano manbassa di ogni cosa. Dunque, vada per il melone! Appena arrivata ad Hamamatsu mi metto alla ricerca, e scopro che i meloni vengono esposti nelle vetrine, ciascuno appoggiato su una base e ornato di fiocco: avete presente le uova di Pasqua? Uguali, ma più cari: calcolatrice alla mano, scopro che uno sferico meloncino adatto ad accompagnare al massimo due porzioni di prosciutto crudo costa qualcosa come 70.000 lire!

A Kyoto, finalmente, incontro le mie amiche: in loro compagnia potrò finalmente abbandonare la cucina sontuosa ma "addomesticata" dei restoran (si dice proprio così, imitando la pronuncia francese) per buttarmi alla scoperta del vero cibo giapponese.

Prima di tutto... merenda!!!! In prossimità di ogni tempio una sfilza di bancarelle propone souvenirs e leccornie. L'odore non mi persuade più di tanto, lo ammetto, ma quelle pile e pile di spiedini di colori e forme diverse sembrano proprio chiamarmi... posso forse ignorarli? Al costo di una cena Chèz Maxim, ne compro tre diversi: uno composto da... palle da golf (ingrediente principale: tofu), uno verde-nerastro (alghe) ed uno variegato (mah!). Beh, nessuno mi entusiasma: quello bianco sembra un marshmallow salato, gli altri sono amarissimi... però "interessanti", diciamo. Meno male che i colleghi sono curiosi e me li strappano di mano!

Ora potrei avere un dolcino, però? Ci accostiamo ad un'altra bancarella e il venditore mi serve spontaneamente, insieme al dolcetto richiesto, una tazza di the giallo e fumante. Premesso che bevo da sempre ogni sorta di the, sempre rigorosamente senza zucchero, vi assicuro che non ho mai, MAI assaggiato un the amaro come quello: non so che sapore abbia il fiele, ma immagino sia simile. Spiegazione di Y & Y: i venditori di dolci offrono quel the perchè soltanto alternando un sapore veramente amaro puoi apprezzare fino in fondo la beatitudine di addentare qualcosa di dolce... ma certo! Non oso chiedere se i mariti giapponesi alternino una carezza ad un gancio destro per far apprezzare fino in fondo le gioie della tenerezza matrimoniale.

Le prime esperienze di cibo nipponico in loco non sono tra le più rassicuranti, per il momento... ma siamo solo all'inizio, molte altre avventure mi aspettano...
(segue...)

Per saperne di più
Giappone Mania

Autore
Mariber

Marina, di Sanremo. 49 anni e sentirli tutti. Diversamente magra®. In cucina mi mancano le basi, ovunque l'altezza. Cialtrona. Socievole. Di umore discontinuo.

(La foto è vecchia, da allora mi sono scontornata un po')

(agg. 3/2011)

Commenti
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