Il cinema si è sempre servito di strumenti evocativi per costituire veri e propri modelli di rimando per l'immaginario collettivo; il cibo è un segno visibile del modo di vivere e pensare e sa rimandare ad un archetipo, immediatamente riconoscibile. In questo risiede il segreto del connubio cinema cibo, anche se troppo spesso espresso in forme private del loro contenuto come "siamo quello che mangiamo" o "mangiare arte".
La continua ricerca di una visione convenzionale e contemporanea del legame cinema cibo, ha portato alla formulazione di un cinema attuale che propone tanto la cultura del mangiar sano quanto quella dell'eccesso, tanto il biologico e il biodinamico quanto l'anoressia e la bulimia del nostro quotidiano.
In questo contesto sarebbe assai interessante compilare una lista di film ben calibrata fra i tanti che il cinema ha prodotto negli anni; si è scelto in questa sede di accennare due pennellate di criterio interpretativo, cogliendo dagli anni '70 il clima di eccesso gastronomico e ideologico e dal decennio successivo la cucina vista come una perfezione comunicativa che si avvicina all'arte. Senza la benché minima intenzione di esaurire l'argomento con la visione di due film, s'intende comunque soddisfare negli spettatori di questa operazione culturale la curiosità prima che alimenta l'incontro col cinema/cibo ed insinuare il bisogno, laddove ci saranno viveri a sufficienza, di partire per un viaggio che non potrà schivare molti altri film che sapranno manifestarsi come necessità impellenti. Comune ai due film è il ruolo conferito al cibo, che prende le redini del cambiamento e si fa mezzo attraverso cui è possibile dare una svolta alla propria situazione.
Il Pranzo di Babette è un trattato sulla comunicazione più umile e pura, fatta attraverso i gesti che conducono un'intenzione ad un piatto e che per farlo richiedono convinzione, sudore, attenzione e amore; La Grande Abbuffata è l'istantanea di una classe sociale che muore sotto gli occhi di quella che le subentrerà, e che invece sposa il piacere di cibo e sesso senza essere schiava dell'assillante ricerca dell'eccesso. In entrambe è una donna a spingere avanti il volere, nel primo caso inconscio nell'altro assai manifesto, e a farlo attraverso il cibo in una dimensione temporale dilatata, ma ben contenuta all'interno di un programma ragionato: ci si muove coi tempi di un menù, e portata per portata si segue la digestione del cibo servito, come bene spirituale o come eccesso premeditato.
Il cibo come punto di non ritorno fa da leva della narrazione, perché caricato di significato dai personaggi che se ne servono per porre rimedio a situazioni sedimentate: l'occasione per mostrare quanto il cibo sappia migliorare la vita e quanto fermarsi di fronte alle immagini di Questo stereotipato, allontana dalla consapevolezza di miglioria individuale.
Il cibo cucinato da Babette è ben lontano dal peccato, nonostante il concetto di piacevolezza possa incontrare quello di peccato nella realtà puritana; ed è la morte derivata dall'eccesso di cibo ne La Grande Abbuffata, ad alleviare (in maniera paradossale solo apparentemente) l'insofferenza della vita dei quattro, che è appunto la vita stessa.
Cibo come veicolo quindi, come forte componente della nostra esistenza, a cui è possibile demandare la mansione del cambiamento e della risoluzione.
La compenetrazione fra i due film costituisce un'occasione per riflettere sulle potenzialità comunicative del cibo e sulla ricchezza che risiede in una sincera consapevolezza del proprio rapporto con esso.

Mi confronto con i tanti linguaggi della comunicazione. Amo il cinema, la buona tavola, casa mia, la convivialità, la buona musica e l'organizzazione. Mi circondo delle poche persone che intorno alla tavola, come ad un tavolo non mi hanno mai deluso. Innamorata, prima di tutto della vita. Oggi redattrice gastronomica.
(agg. 1/2008)Pranzo di Babette (Oreste)
. . Complimenti! (Mariber)
. . . . Pranzo di Babette (Oreste)
Con questo libro, Isabelle Allende intinge la penna nel calamaio dell'eros e ci offre un testo composito e originale scritto con ironica leggerezza.
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Ovvero le ricette dei poco di buono. Un libro per conoscere come si vive e si mangia "dentro".
Un libro che offre notizie storiche e culinarie di una cucina regionale che ha conquistato tutto il mondo: la cucina napoletana del Cavalier Ippolito Cavalcanti.
Questo buffissimo libro attirerà anche la vostra attenzione, non solo per la colorata copertina o per l'autore ormai noto, ma soprattutto perché è rivolto ai più piccoli cuochi della nostra casa: i bambini!
Pubblicato per la prima volta nel 1766, questo libro gettò forse le basi della cucina regionale piemontese e l'attenzione modaiola all'argomento cucina e dintorni ha suggerito il tentativo di rilancio di quest'opera. Un recupero senz'altro meritevole, ma a mio giudizio destinato più che altro a veri estimatori del genere.
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