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La ricetta che non ho mai scritto

di Don Lisander - 04/07/2009

Un coltellino per le verdure, un pelapatate nuovo di fiamma, un trinciantino solido e ben affilato.

L'incipit della mia professione stava tutto lì, racchiuso in una pezzuola ancora linda, e attendeva con trepidazione d'introdurmi in un mondo del quale già sapevo assaporare i profumi.

Null'altro mi sarebbe stato necessario per rendere le mie mani capaci di trasformare la materia grezza in qualcosa di commestibile.

Nulla più della mia grande passione e della incrollabile fiducia che riponevo nelle persone più grandi ed esperte, mi sarebbe servito per apprendere i misteriosi equilibri ed i "grandi" segreti delle cucine di ieri.

Oggi sono trent'anni da allora, e la ruggine ricopre i miei "ferri", quasi a dimostrare che il tempo trascorre anche per gli oggetti inanimati: le esperienze passate, le vicende vissute, ne ossidano i contorni e aiutano a ricordare.

Ho affrontato la nostalgia, e vinto gl'indugi, per spingermi a cercare nei più polverosi angoli della mia cantina i fedeli compagni di tanti anni di fatiche.

Ma per quanto io mi sforzi di cercare, non troverò sulla carta ingiallita i sogni, le speranze che nel tempo si sono stemperate, confuse.

Mai dissolte, ancora oggi mi spingono verso esperienze nuove, attraverso nuovi percorsi, con l'immutato proposito di capire a fondo ciò che, pur destinato allo stomaco, rimane inciso nella mente.

Sono poche le tracce dei miei trascorsi, e più il tempo passa più mi rendo conto di quanto possano essere importanti quelle poche pagine a quadretti unticce, graffiate da uno scrivere ancora non adulto, per quanto già formale e austero.



La pasta sfoglia, la salsa Olandese, il gelato con le noci: tutto è descritto con poche semplici note, che servivano per richiamare alla mente in fretta quello che veniva richiesto dallo Chef.

Se fossi alla ricerca di una qualsiasi verità, nuova o vecchia che sia, non mi accorgerei della grande lezione che queste poche cose stanno per impartirmi: non esiste, al cospetto della "Cucina", l'IO presuntuoso e indisponente che aggiunge un "mia" alle ricette più banali: la "mia" pasta frolla, la "mia" salsa bernese, il "mio" capretto alle erbe.

Tutto è già scritto, e non mi appartiene.

Ogni cosa è già stata fatta, ed ogni possibile formula provata; non sono le "ricette" ad essere nostre, ma siamo noi ad entrare in sintonia col cibo sino a saperlo combinare a perfezione sullo spartito musicale della nostra tavola.

Non siamo noi ad appropriarci di qualcosa, ma è la Cucina a scegliere i suoi adepti: li trova tra gli umili, tra gli onesti, tra le tante persone che con timore e rispetto si avvicinano ai suoi eterni equilibri.

La ricetta che non ho mai scritto sarebbe stata lunga trent'anni, e forse più: avrebbe avuto ingredienti inconsueti, quali la passione e la forza di volontà, e di sicuro sarebbe stata alla portata di molti, ma non di tutti.

Avrei dovuto intingere la penna d'oca nel pomodoro, e tracciare un lungo solco che attraversando sei lustri mi portasse lontano, lontano.

L'avessi fatto, non sarei qui: lo facessi ora, sarei ancora là.

Autore
Don Lisander

" Pesco perché mi piace pescare; perché amo i luoghi – sempre splendidi – dove vivono le trote e perché odio i luoghi – invariabilmente laidi – dove vive la gente. Pesco per tutte le pubblicità televisive, i cocktails e tutte le altre fesserie alle quali questa attività mi permette di sfuggire. Pesco perché in un mondo in cui la maggior parte della gente sembra in gran parte passare la propria vita a fare delle cose che detesta, la pesca è per me un’inesauribile fonte di gioia e un piccolo atto di ribellione; pesco perché le trote non mentono né ingannano e non si lasciano comprare né corrompere da una qualsiasi dimostrazione di potere: le trote le si conquista a forza di calma, di umiltà e di infinita pazienza; pesco perché ho l’idea che gli uomini facciano soltanto un passaggio su questa terra e non vorrei sprecare il mio; perché, Dio sia lodato, non ci sono telefoni sulle rive dei torrenti da trote; pesco perché soltanto nei boschi posso gustare la solitudine senza sentirmi isolato; perché il bourbon è sempre migliore quando lo si beve in un vecchio bicchiere di metallo, da qualche parte laggiù; perché può essere che un giorno acchiapperò una sirena; e, infine, pesco non perché io consideri la pesca come un qualche cosa di così terribilmente importante, ma proprio perché io considero la maggior parte delle altre preoccupazioni degli uomini come altrettanto vane – ma raramente così piacevoli. "

John D. Voelker (Robert Traver)

Testament d’un pêcheur à la mouche

Gallmeister, Paris 2007 (tit.orig. Trout Magic, The Lyons Press, New York 1992).

(agg. 2/2010)
Commenti
La ricetta che non ho mai scritto (Belisama)
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. . Lavorare con amore (Ziabetta)


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