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Io sono la Pina

di triestina - 10/22/2009

Pioveva, come soltanto a Genova sapeva piovere (fortunatamente di rado); quella pioggia fitta, quasi rabbiosa, accompagnata da un vento micidiale che si insinuava come un serpente nei carrugi e non dava respiro. Come il fumo su per la canna del camino. Piegato in due, il nostro uomo aveva attraversato la piazza guadagnando alla svelta – si fa per dire – via Cardinal Boetto.

Appena svoltato in piazza Matteotti da De Ferrari, Tarallo decise di chiudere l'ombrello: inutile rischiare di mandare alla malora anche quello unico che gli restava. Imprecò fra i denti. Il vento prese a sospingerlo come una invisibile mano verso via San Lorenzo mentre la pioggia si accaniva sul suo consunto "trench" alla tenente Colombo, d'un ormai indefinibile color verde malva. Ai lati dell'ampia discesa che fiancheggiava il Duomo, l'acqua scorreva in due torrentelli vivacissimi che trascinavano sacchetti di plastica e spazzature varie, alimentati dal vento. Quando svoltò in Scurreria aveva le ossa fradice, la solita scarpa sinistra doveva avere qualche buco e il calzino stava reclamando. Imprecò un'altra volta fra sé e sé.

Altro tunnel del vento. Ma proprio quella mattina, aveva dovuto andare alla Posta Centrale per pagare le solite bollette? Eh sì, perché lui si riduceva sempre all'ultimo giorno. Riprese fiato soltanto in Campetto. Là almeno, con tutte le case intorno alla piazzetta, il vento pareva scomparso. Tarallo ghignò e riaprì il suo ombrello nero.

Come arrivò al portone dell'austero palazzo in cui stava il suo ufficiolo, vide la Emma Cetrioli sbarrare gli occhi affacciata alla guardiola.
- Oh mamma mia... - balbettò lei – ma che fate dell'ombrello benedetto uomo? Lo tenete per compagnia?
- Sì, sì, per compagnia... ma con questa tramontana dannata... C'è posta?
- No, oggi il postino non s'è ancora visto.
- Lo credo, con questo tempo... - grugnì lui incamminandosi verso la scala.

Era un bel palazzo, con un ampio androne dal pavimento in marmo e le colonne e la scala colla balaustra tutta tornita. Peccato che da secoli nessuno ci facesse niente. L'intonaco, gli stucchi d'un tempo glorioso stavano andando in pezzi giorno dopo giorno. Nell'ufficio, Tarallo tolse l'impermeabile, lo scrollò bene sul pianerottolo e lo appese al trespolo che fungeva da attaccapanni. Nel piccolo servizio si asciugò i capelli fradici. Neanche avesse fatto lo sciampo. I pochi capelli, non avevano riparato di certo la sua povera zucca. Sentì bussare e si affrettò.

- Permesso? Buongiorno… - era una vocina che spuntava da un cappellaccio e da un bavero alzato lucenti per la pioggia. Faceva capolino dalla porta d'ingresso appena schiusa.
- Accomodatevi prego... se volete levare il soprabito. – si premurò il nostro – che tempaccio eh?
- Si, grazie... ho dimenticato l'ombrello sul bus... - disse la donna anziana entrando rinfrancata.
- Che disdetta! – fece lui scuotendo il capo perfettamente consapevole di cosa si provasse, avendone persi in giro almeno tre in un anno. Un record!
La donna appese il soprabito, tolse il cappellacio, lo scrollò e sedette sulla sedia-per-clienti che Tarallo le aveva indicato.
- Guardate... è la Emma che mi ha convinta a venir qui da voi - esordì la donna
- La portinaia?
- Sì, la Emma è un'istituzione nel quartiere.

Tarallo sogghignò. Lo sapeva, lo sapeva bene.
– Ma ditemi in che posso servirvi signora?
La donna si sistemò sulla sedia che gemette, una piccola borsa fra le dita, poteva avere sui sessantacinque anni, calcolò Tarallo fissandola. Lui sedette poi al suo posto, prese il solito blocchetto e la penna dal cassetto e si accinse ad ascoltare l'ennesima storia umana.
- Vedete, lavoro da vent'anni in casa Pollastrini.
- Oh, sì, conosco l'avvocato... - mormorò Tarallo annuendo col capo. I capelli erano bagnati e sentiva sulla nuca di tanto in tanto correre un rivoletto che asciugava furtivo con la mano, prima che s'infilasse nel colletto della camicia. Quella pulita, messa la mattina.
- Appunto. Faccio la cuoca. E nel fine settimana arrivano la figlia col genero e il nipotino. Vengono da Milano – la donna continuava a cincischiare il manico della borsa consunta fra le dita, nervosamente.
- Capisco. Dove sta il problema? – incalzò Tarallo
- La signora Loredana pensava di preparare una ricetta speciale per loro. Il Budino alla Genovese, che io ho già fatto, ma parecchi anni or sono. La figlia dell'avvocato vorrebbe provare questo budino. Sa... è in attesa, le voglie... - fece la donna stringendosi nelle spalle.
- Ma non è mica dolce... - fece Tarallo aggrottando la fronte – Vero?
- Vero, vero. Ma voi sul serio sapete come si fa? – chiese quasi divertita la donnina.
- Oh cara la mia signora... - altra passata di mano sul collo – la mia adorata Cesira, buonanima, faceva un Budino alla Genovese che era un incanto, un sogno...
- Ma che brava! – e la donna prese ad elencare - Vitella da latte, petto di pollo, prosciutto, burro, parmigiano, uova, noce moscata e sale... - sorrise furbetta scrutando Tarallo in tralice – Mollica di pane bagnata nel latte. E dopo un bel sughetto di fegatini o di funghi... se si vuole.

Tarallo arricciò le labbra pensoso:
- Non è che avete dimenticato qualcosa signora... signora...?
- Pina, io sono la Pina.
- Bene, ripeto: non è che vi siete persa qualcosa per strada cara signora Pina? – ribadì Tarallo con il tono di chi sa il fatto suo.
La donna si rizzò sul busto esile, si fece seria: - E qui viene il bello, sapete? Perché a qualcuno sta bene così e per altri invece manca qualcosa.
- Manca, manca decisamente, perbacco! – esclamò lui pensando contemporaneamente a come sarebbe stato bello se avesse potuto asciugarsi in fretta la testa.
- E chi lo dice? L'ho sempre fatto così. – Dura, quasi piccata la signora Pina.

Tarallo aveva troppa premura per stare a discutere.Stava per venirgli il raffreddore. Si alzò.
- Volete dirmi allora perché siete qui?
La signora Pina si protese verso il tavolo, l'aria era ora preoccupata: - La Emma dice che siete un vocabolario ambulante per le ricette... e che quel che dite voi, è Vangelo. E' così?
L'uomo sospirò profondamente. – Macchè Vangelo e Vangelo... vi dico che manca qualcosa e basta. Credetemi.
La donnina si alzò in piedi, lo guardò un poco torva: - Se lo dite voi vuol dire che andrò a rivedermi il mio libro di ricette. – ammise un poco scornata. – L'ho fatto tanto tempo fa...

Prima di uscire, di nuovo intabarrata nel cappellaccio da pioggia e nel soprabito sussurrò:
- Oh scusate... vi devo qualcosa?
Tarallo sorrise, gli arriva appena al petto quella piccola vecchia cuoca.
- Ma no, ma no, è solo un chiarimento che volevate. Lo avete avuto. - rispose aprendole la porta.
La Pina uscì come scivolando, con un "grazie" appena soffiato stringendo la sua borsetta.
Però... la Emma Cetrioli, chi l'avrebbe mai detto? E non prendeva neppure la mancia a Natale!

Quale ingrediente mancava secondo l'Artusi, per il Budino alla Genovese?
(clicca qui per sapere la risposta)


Autore
triestina

"la tragedia della vita è ciò che muore dentro ogni uomo con il passare dei giorni" A.Einstein

(agg. 9/2011)

Commenti
Complimenti!... (Vanessa1)
. . grazie (Triestina)
Io sono la Pina (Sandrafo)
. . Bello.... (Favolizia)


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