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Elogio del "Cucuncio"

di Don Lisander - 04/29/2001

Per la serie "Và dove ti porta il cuoco", ecco uno spaccato di minimalismo gastronomico, ovvero, l'elogio del Cucuncio.

Molti riconosceranno che si cucina più spesso con il cuore che con la mente, ovvero spinti dall'amore per alcuni particolari ingredienti, si preparano più volentieri alcuni piatti o si predilige l'uso di alcuni componenti caratteristici.

E' così che nascono le specialità personali (appannaggio più frequente dell'appassionato di quanto non lo siano del professionista), e si sviluppa la preferenza per determinati cibi a discapito di altri.



Un alimento molto particolare, che ha colpito la mia fantasia e del quale sono entrato in possesso grazie alla generosità di alcuni amici, è appunto il Cucuncio, ovvero il frutto del cappero (definizione forse scorretta dal punto di vista botanico ma riportata anche sull'etichetta del barattolo in mio possesso).

Simile ad un minuscolo cetriolo, lungo circa 4 centimetri per 5/8 millimetri di diametro, dal sapore marcatamente simile al fiore che lo precede sulla pianta, si presenta in una forma di gran lunga più versatile per gli usi di cucina.

Grazie ad alcuni appassionati Eoliani, isole dove il Cucuncio è radicato nell'uso e nella tradizione culinaria, possiamo trovarlo in commercio sia sott'olio che sotto sale. Potremo così gustarlo da solo come accompagnamento per l'aperitivo o adoperarlo per alcune preparazioni più complesse.

Gradevolissimo se sminuzzato ed aggiunto all'impasto di focacce e panini salati, così come molto apprezzato se soffritto con olio extra, aglio e mollica di pane come condimento per una pasta corta. La gloria del Cucuncio sublima se usato per preparare, con pomodori di Pachino e olio extra, un intingolo da versare sulla cernia al vapore, o sui mitili freschissimi anche crudi. Personalmente, non lo disdegno neppure come aggiunta ad un soffritto, data la sua particolare inclinazione a sprigionare il meglio dell'aroma una volta riscaldato.

Largo al Cucuncio dunque, e a quel suo tocco di sole e sapore che, se socchiudiamo appena gli occhi, vediamo dentro al suo aroma pungente e pieno, frutto di quelle terre meravigliose dove la cucina è sincera e lontana dalle sofisticazioni.




Autore
Don Lisander

" Pesco perché mi piace pescare; perché amo i luoghi – sempre splendidi – dove vivono le trote e perché odio i luoghi – invariabilmente laidi – dove vive la gente. Pesco per tutte le pubblicità televisive, i cocktails e tutte le altre fesserie alle quali questa attività mi permette di sfuggire. Pesco perché in un mondo in cui la maggior parte della gente sembra in gran parte passare la propria vita a fare delle cose che detesta, la pesca è per me un’inesauribile fonte di gioia e un piccolo atto di ribellione; pesco perché le trote non mentono né ingannano e non si lasciano comprare né corrompere da una qualsiasi dimostrazione di potere: le trote le si conquista a forza di calma, di umiltà e di infinita pazienza; pesco perché ho l’idea che gli uomini facciano soltanto un passaggio su questa terra e non vorrei sprecare il mio; perché, Dio sia lodato, non ci sono telefoni sulle rive dei torrenti da trote; pesco perché soltanto nei boschi posso gustare la solitudine senza sentirmi isolato; perché il bourbon è sempre migliore quando lo si beve in un vecchio bicchiere di metallo, da qualche parte laggiù; perché può essere che un giorno acchiapperò una sirena; e, infine, pesco non perché io consideri la pesca come un qualche cosa di così terribilmente importante, ma proprio perché io considero la maggior parte delle altre preoccupazioni degli uomini come altrettanto vane – ma raramente così piacevoli. "

John D. Voelker (Robert Traver)

Testament d’un pêcheur à la mouche

Gallmeister, Paris 2007 (tit.orig. Trout Magic, The Lyons Press, New York 1992).

(agg. 2/2010)
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