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Il caffè: dall'Etiopia con amore
di Mariber  (06/20/2004)

E' nel rito del caffè che l'ospitalità etiopica dà il meglio di se'. Amore e gloria nazionale, il caffè ebbe origine dalla remota regione abissina di Kaffa, e proprio da questa prese il nome che, con poche differenze, porta in tutto il mondo (café, coffee, kofye, kahawa, kave). In tutto il mondo tranne che in Etiopia, dove, incongruamente, si chiama "bunna" (forse da bun, chicco). In verità occorre precisare che, se l'origine della pianta è indiscutibilmente questa, il procedimento per farne una squisita e corroborante bevanda pare sia da ascriversi agli yemeniti, che entrarono in possesso dei preziosi chicchi rossi solo nel XIV secolo.

Ma non sono qui per essere obiettiva, lo confesso, quanto piuttosto per farvi innamorare dell'Etiopia, perciò proseguo con la mia tesi "di parte".
La mia storia parte dunque da Kaffa, Etiopia, Africa Orientale. Leggenda narra che il pastore Kaldi un giorno notò che alcune sonnolente caprette a lui affidate diventavano insolitamente vivaci dopo aver mangiato le bacche rosse di alcuni cespugli, e decise di assaggiarle. Un monaco del vicino convento di Cheodet, che passava spesso da quelle parti, si stupì nel trovare il solitamente quieto Kaldi in uno stato di evidente eccitazione; appuratane la ragione, pensò di distribuire le bacche rosse ai religiosi d'Etiopia, perché se ne servissero come sostegno durante le interminabili ore di veglia destinate alle preghiere notturne. La fama del caffè cominciò dunque a diffondersi per il paese, attraverso i conventi, e pian piano raggiunse altri paesi dell'Africa Orientale, ma per molti secoli ancora nessuno pensò a farne una bevanda: ci si limitava a masticarne le bacche o a tritarle per mescolarle al "ghee", il burro chiarificato, con cui venivano preparate grosse "pillole" energetiche (pratica ancora in uso nelle zone di Kaffa e Sidamo).

Un bel giorno, in un periodo di grande siccità, una distesa di piante di caffè prese fuoco: il potente aroma di questa imprevista "tostatura" suscitò sensazione, ed un giovane etiope ebbe la felice intuizione di ricavare un infuso dai chicchi arrostiti e macinati. Di fatto, pare non sia andata proprio così: i chicchi di caffè sbarcarono in Yemen (allora Arabia Felix) viaggiando nelle tasche dei soldati etiopi che tra il 1200 ed il 1300 attaccarono il paese. Solo lì ed allora, probabilmente nei pressi di Moka (!), si mise a punto il procedimento di tostatura, macinatura ed infusione che rese il caffè la nera bevanda che conosciamo, e che ben presto si diffuse in tutto il mondo arabo.

Solo alla fine del XVI secolo il caffè approda in Occidente, e precisamente a Venezia: ma passeranno ancora cento anni prima che diventi un successo commerciale. Il caffè mosse dunque i primi passi grazie alla Chiesa, si diffuse nel mondo islamico attraverso i dervishi, ma nel corso della sua storia fu anche spesso considerato una bevanda proibita: al suo ingresso in Occidente, ad esempio, fu osteggiato proprio dalla Chiesa che lo bollava come "bevanda del Diavolo", sia per le sue proprietà eccitanti che per l'enorme diffusione presso i "miscredenti".

Ma torniamo in Etiopia, a casa di Tadellech: occorre sappiate che se in questo Paese qualcuno vi invita a bere un caffè non dovete preventivare una breve visita di cortesia da risolvere in dieci minuti di chiacchiere.
Il caffè in questo paese è un rito, tanto che si parla di "Bunna Ceremony":
verrete quindi introdotti nel "salotto buono", quale che sia, dove vedrete ardere due piccoli bracieri poggiati sul pavimento cosparso di fiori
ed erbagatta. La donna più giovane di casa, accoccolata su uno sgabellino, comincerà a predisporre la tostatura del caffè verde su uno dei due bracieri, mentre nell'altro metterà grani di incenso o di mirra. Inebriati dal profumo, potrete gustare i semi arrostiti, i popcorn cosparsi di zucchero o il dabo kolo (pezzetti di pane fritto e zuccherato) che la padrona di casa vi offrirà nell'attesa. Che sarà lunga: dopo l'attenta tostatura, la fanciulla passerà ad agitare la ciotola di caffè sotto il naso di ciascun ospite, perché possa goderne l'aroma, quindi passerà alla macinatura, che avviene rigorosamente col pestello, mentre l'acqua sobbolle piano sulle braci. Ci siamo: la giovane che presiede alla cerimonia versa l'acqua nella gebenà, la caratteristica caffettiera etiopica di argilla nera, quindi aggiunge il caffè ormai ridotto in finissima polvere.

Il profumo meraviglioso della bevanda si mescola a quello dell'incenso, mentre vengono preparate le piccole tazzine senza manico sull'apposito tavolino, alto venti centimetri: se avete esigenze particolari in fatto di zucchero sarà meglio dirlo a questo punto, perché in genere il caffè viene offerto già zuccherato e se siete ospiti di riguardo ve ne verrà assegnata una quantità eccessiva (un vero salasso per la famiglia, ma in certe occasioni a queste cose non si bada...).

Nei paesi dell'interno potreste correre rischi peggiori: al posto dello zucchero potrebbe esserci un pezzo di burro aromatizzato, o un rametto di ruta, o persino il sale! Comunque, finalmente il caffè più buono che abbiate mai bevuto è servito, nero e forte e bollente e profumatissimo... Se riuscite a vincere le resistenze dei vostri ospiti potete provare a berlo senza zucchero, anche se a casa non vi sognereste mai di farlo: questo caffè appena tostato è il più dolce e profumato che ci sia, corposo ma non amaro, ricco di note diverse, molto più morbide e avvolgenti del nostro espresso di tutti i giorni.

A questo punto la fretta sarà dimenticata, l'atmosfera così accogliente vi cullerà e questo caffè profumato e sorprendente vi avrà fatto archiviare gli altri impegni... Meno male, perché state ancora sorseggiando il primo caffè (andegna), poi ci saranno l'huletegna (secondo) e il sostegna (terzo): via via più leggeri perché ottenuti rabboccando d'acqua, e facendo nuovamente sobbollire la gebenà.

Ed è così che quel lento gocciolare di minuti tra gli aromi e i colori di una semplice casa di Etiopia si è trasformato in una piacevole pozza di calmo appagamento: avete appena finito di costruire un profumato ricordo che vi accompagnerà tutta la vita.


L'autore
Sostenitore Mariber: Marina, di Sanremo. 46 anni e sentirli. Diversamente magra®. In cucina mi mancano le basi, negli altri ambienti l'altezza. Comandante - autoproclamato - del SAS (Squadra Antipesto Selvaggio).
(agg. 4/2008)

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"Ora io so... (Mariber)
. . Rigrazie a te! (Miciapallina)
Che aroma sento arrivare dal pc!!! (Gabriela Navarra)
. . ... ma Gaaaaabriiii.... (Mariber)
. . ...ma quanto (Ziabetta)
. . . . che meraviglia.. (Emma)
. . che articolo meraviglioso! (Pervinca)
. . Grazie! (Miciapallina)
. . . . Ma grazie! (Mariber)
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