L'estate scorsa sono andata nella Spagna del nord, con il preciso scopo di visitare il museo Guggenheim di Bilbao, la recente costruzione dalle incredibili forme, progettata dall'architetto Frank O. Gehry, che da noi è diventata famosa soprattutto per uno spot pubblicitario girato sul posto. Vi assicuro che la visita al museo vale davvero un viaggio, non tanto per le mostre che vi si svolgono, quanto proprio per la struttura stessa.
E voi direte: va bene, ma cosa c'entra la cucina con tutto questo? Allora vengo al dunque: ovviamente la nostra gita non aveva solo scopi culturali: le nostre grandi passioni sono anche la buona tavola, i vini corposi, lo shopping!
Così, prima di arrivare a Bilbao ci siamo addentrati fra le montagne delle Asturie e della Galizia, le due regioni che dividono i Paesi Baschi dal Portogallo, girovagando alla ricerca di paesini tipici e mercati in cui acquistare di tutto e di più.
Ma è sul banco del pesce di un supermercato di Oviedo, la deliziosa capitale delle Asturie, che ho visto la cosa più strana, forse mai vista prima in vita mia e che potrei descrivere come: una montagnetta di zampette artigliate di dinosauro nano. Difficile è farne una diversa descrizione: immaginate una zampetta sottile di tartaruga con in fondo un becco di pappagallo.
Ad attirare la mia attenzione non fu solo l'aspetto del prodotto, ma anche il prezzo: se i gamberoni costavano circa 15.000 lire al chilo, queste zampette (di cui non conoscevo il nome) venivano vendute a 40.000 lire al chilo!
In quell'occasione mi limitai ad osservare questi "cosi" stupita e divertita ma non ebbi l'opportunità di chiedere informazioni a nessuno.
Ma a Bilbao, dove, infilandoci fra i vicoli della periferia avevamo trovato un ristorante (dal nome "La Chuleta", che vuol dire semplicemente "La costoletta") frequentato solo da spagnoli e non da turisti, ordinammo due parillada de mariscos; nel piattone di frutti di mare che ci venne portato c'erano anche queste mostruosità, messe lì così, senza alcun condimento o ornamento, solo scottate in acqua bollente.
Ovviamente interrogai il cameriere su cos'erano e su come si mangiavano. "Percebes! Percebes! Muy rico! Muy rico!" fu la risposta entusiasta. Poi presa una zampetta, con la punta del coltello incise la pelle e ci fece cenno di succhiare l'interno. Scoprimmo così il nome spagnolo dei "cosi" dei quali si doveva gustare solo la parte interna che, secondo il cameriere era squisitissima!
Provammo subito… sì, certo, sentimmo il sapore del mare e riuscimmo a risucchiare un po' di polpa, ma da ogni gambetta si traeva uno o due milligrammi al massimo! Prima che li finissimo ne presi tre dal piattone e li infilai in una bustina che misi in seguito nel freezer del camper. Sono quelli che vedete nella foto.
Tornata a casa, grazie a Internet, scoprii che questa stranezza del mare viene considerata da tutti una vera prelibatezza, mentre io l'avevo ritenuta più strana da vedersi che buona da mangiare. Scoprii anche che si tratta di crostacei che si presentano in conglomerati e che il loro nome scientifico è "Pollicipes cornucopiae".
Il loro habitat è la superficie delle rocce alle quali stanno saldamente abbarbicati, soprattutto in alto mare ma anche laddove si infrangono a riva le onde dell'oceano Atlantico. Le percebes migliori sono quelle della coste della Galizia, nella Spagna del nordovest. Oltre che lì si trovano solo in Portogallo, Marocco e Canada. La pesca ne è rigorosamente controllata e non si può effettuare né dall'acqua né dalle barche: bisogna prendere i mostriciattoli stando accovacciati sulle rocce e questo, ovviamente rende la raccolta complessa e pericolosa.
Ecco perché le percebes costano così care!
Chi le conosce bene consiglia di comperare quelle lunghe almeno tre centimetri e larghe un centimetro stando bene attenti che non ci siano pezzetti di roccia attaccati proprio perché sarebbe assurdo pagare tanto cari dei sassi! Vanno poi fatte bollire, per cinque minuti al massimo per non farle indurire, nell'acqua salata (preferibilmente in quella di mare) con l'aggiunta di una foglia di lauro.
Auguro a tutti voi di poter un giorno avere le percebes nel piatto perché suscitano strani pensieri: non solo ci riportano con la fantasia al ristorante di Jurassic Park, ma sono anche la dimostrazione che l'uomo è veramente onnivoro!
Per saperne di più
Percebes (in spagnolo)

La mia grande fortuna nella vita è stata quella di nascere in una famiglia di viaggiatori e di avere amici con i quali, nel corso degli anni, condividere questa esperienza. Inoltre, sono stata dotata di carattere estremamente socievole, il che non solo facilita le conoscenze e gli incontri nel corso dei viaggi, ma in più mi aiuta a vedere lati dei paesi che visito che vanno oltre i monumenti e i musei. Ecco forse perché mi capita spesso di fare amicizie nel corso dei miei viaggi, amicizie che diventano anche legami profondi che mi aiutano a capire e amare posti inconsueti dalle abitudini tanto diverse dalle nostre.
Pollicipes cornucopiae (Henryhowella)
. . Pousse pied (Juzaky)
Difficile trovare le parole che vi facciano vivere un po' dell'atmosfera che trovereste in una cena etiopica, dovrei essere una scrittrice... cercherò allora di darvi un'idea dei cibi: forse è più facile.
Sfogliando un libro di cucina, la gastronomia etiopica potrebbe sembrare più varia ed articolata di quel che è: osservando meglio le ricette, si nota che in pratica sono molte variazioni di pochi temi centrali. Ad esempio...
E' nel rito del caffè che l'ospitalità etiopica dà il meglio di sè, il profumo meraviglioso della bevanda si mescola a quello dell'incenso, mentre vengono preparate le piccole tazzine sull'apposito tavolino.
Troppo pochi, lo so, per scrivere di cucina giapponese. Infatti non è questo il mio intento: piuttosto condividere con voi ciò che in Giappone mi ha stupito ed incuriosito sul tema "cibo".
Tra sapori, profumi e splendidi scenari i tonnarotti alzano le grandi reti con canti tipici detti cialome e sulle nostre tavole ecco la tunnina.