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Tre uomini e un canarino
di Don Lisander  (09/05/2004)

Correva l'anno 1972, e correva sul serio, a bordo di una Fiat 850 quattroporte (Lucciola per gl'intenditori) che non sembrava capace di contenere i bagagli e le masserizie che erano necessari alle vacanze di allora. Vacanze, ben inteso, che per il piccolo Alessandro, sette ani da compiere, consistevano nel trasferirsi sulle montagne Ossolane alla fine della scuola, in giugno, in compagnia degli zii, per restarci sino alla fine di settembre.

Il viaggio merita di essere raccontato, perché si tratta di un itinerario gastronomico-popolare di tutto rispetto, che culminava nel raggiungimento della meta.
Il prodigioso veicolo, la 850, che già era stata di mio padre, era totalmente succube del volere della zia, patentata e fiera nel condurla con tanto di guanti scamosciati da pilota. Lo zio, paziente, si accomodava sui sedili conscio delle torture inflitte, nella calura dell'abitacolo, dai sedili traforati in finta pelle. Il carico, sistemato alla meglio nei numerosi sacchetti plastica, comprendeva la gabbia del canarino (non quello del titolo), che condivideva con me l'angusto sedile posteriore. Angusto, sia chiaro, solo a causa dell'infinità di oggetti che venivano sistemati sul sedili.

Partenza da Busto Arsizio all'alba, muniti del conforto di numerosi croissants acquistati in piazza San Michele, in quella unica antica pasticceria colpevole dei depositi di grasso che si ammassavano sui miei fianchi. L'automobile divorava la strada, lungi dall'esserne sazia, e i primi 30 chilometri scorrevano veloci sotto le ruote.

A Sesto Calende prima sosta, con pellegrinaggio alla gelateria del lungofiume, dove incuranti dell'ora ci si beava del primo vero gelato della stagione. Poco dopo già si ripartiva, per affrontare il tratto sino a Stresa col favore della frescura antimeridiana. Lì la sosta era doverosa, e lo spuntino facoltativo (ma un pezzetto di focaccia con le cipolle ci stava bene, e il fornaio della vecchia piazza del mercato lo sapeva bene).

D'obbligo le foto, coi battelli sullo sfondo e con la cornice delle Isole. La gloriosa Fiat ancora non era paga, ma pareva presagire le fatiche con i primi sbuffi del radiatore. Sarebbe dovuta arrivare sino a Baveno, dove la strada lasciava il lago, per godere della prima pausa (per il pranzo ovviamente).



Chi non ricorda la "Trattoria Giovinezza", quella con lo slogan che pareva una minaccia, dipinto sul muro esterno : "Rane, pesciolini fritti e lumache". Come resistergli:
i tavoli all'aperto erano un richiamo per turisti e lavoratori. E allora via, con un walzer di alborelle fritte e gassosa, perché è peccato morire, diceva la zia. Espletata la pratica della pennichella sotto la frescura delle fronde, si ripartiva sull'automezzo rinvigorito anch'esso dalla pausa, affrontando il sinuoso percorso che s'incuneava tra le montagne, costeggiando ora la ferrovia, ora i campi, e punteggiato dalle numerose trattorie all'aperto, tutte con campo di bocce e pergolato.

A Coimo altra fermata, per l'irrinunciabile pane nero, ma nero veramente e duro anche, come il carbone! Pochi chilometri ancora e, ai piedi della salita che porta alla valle Vigezzo, entra in scena il canarino, non quello che tenevo sulle ginocchia già dall'alba, ma quello che doveva liberarmi dal peso dei croissants, del gelato, della focaccia, dei pesciolini e della strada. Poverino, dicevano, "soffre l'automobile ". Accidenti, dicevo io, neanche un plotone di Marines sarebbe sopravvissuto ad una simile tortura.

Visto il colorito cinereo, si sarebbe ricorsi al "canarino", e non solo per un bilanciamento cromatico. Acqua bollente, scorza di limone, foglia d'alloro e un chiodo di garofano. Tanto bastava per entrare in una zona franca di benessere, in modo da affrontare gli ultimi 10 chilometri di curve in salita alleggeriti da cotanto fardello.

Anche la 850 avrebbe voluto alleggerirsi, ma affrontava la strada docile e indomita, limitandosi a qualche sbuffo di disapprovazione ogni qualvolta le marce basse facevano ruggire il suo motore per superare una pendenza inattesa. Si arrivava quasi a sera, con una media che a conti fatti si attestava al di sotto dei venti chilometri l'ora.

Della cena francamente non ricordo, tranne di averne sicuramente fatto a meno, complice il torpore semi-comatoso che mi avvolgeva dopo il trattamento con canarino. Di sicuro ricordo le abbuffate vacanziere di allora, ma questa, è un'altra storia.



L'autore
Sostenitore Don Lisander: Professionalmente nato in epoca non sospetta, diciamo...pre "nouvelle cuisine", posso dire di essere sopravvissuto a più di un ricorso storico-gastronomico. Questo mi consente di godere appieno del neo-post modernismo culinario, dove tutto ciò che è stato dovrà essere ancora. Nell'attesa, vivo di poche semplici e fidate passioni: la buona cucina, la pesca a mosca, la mia numerosa famiglia.

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Don Lisander (Gabriela Navarra)
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. . ...m'hai fatto venire in mente (Ziabetta)



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