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Briciole di Pane

di Don Lisander - 11/14/2008

Ci sono, nel convulsivo dipanarsi della vita, momenti in cui ci si ritrova in ogni caso soli con i propri pensieri. Il nostro Io si esprime, geme e continua a generare, indomito, un flusso di parole a volte ordinate, a volte sparse come rondini garrule attorno ad un Campanile. In questi momenti, alcune emozioni sono più forti di altre, e arrivano dal basso, come un suono cupo, a mettere ordine nel nostro pensiero. Succede così che, immersi nella dolce quiete del nostro stagno di riflessioni, emergano i fili conduttori di un "qualcosa" che è prima emozione, poi pensiero, opinione.

Ecco, le briciole di pane sono pensieri sparsi sulla tavola della nostra esistenza; segno per alcuni di un pasto terminato, per altri di un pasto consumato in loro assenza, e rappresentano da sole la metafora perfetta del Tempo in cui viviamo. Abbiamo lo stomaco pieno e non pensiamo ad altro se non a come riempirlo di più e meglio, ma rifuggiamo lo sguardo di chi, con umiltà, guarda al nostro desco e implora.

Oggi ho colto nel turbinare delle mie rondini un cenno, un segnale: sarà vera felicità solo quando potremo sedere tutti a questa tavola; sarà vera gioia solo quando al nostro desinare saremo in molti, tutti.

Ecco via via il mio pensiero prendere forma, la mia rondine soffermarsi: e se fossero anche briciole di sapienza, e non di cibo? Se fossero pezzi di conoscenza sparsi sulla grande tavola dell'esistenza? Sapremmo dirci, con franchezza, che è bello incamminarci senza lasciare nessuno indietro? Che è bello raggiungere la meta, il nostro scopo, consci di aver portato con noi i più prossimi e i più lontani? Possiamo proclamarci attori prediletti di una scena, quando gli spettatori sono distratti, assorti, e non condividono le gioie dello spettacolo?

Dal mio stagno ora affiora una splendida ninfea: con la sua larga foglia vuole significare il mio pensiero, raccogliere la mia riflessione. La sua forma circolare e perfetta vuole dirmi che tutti, nessuno escluso, hanno il diritto di partecipare; tutti hanno il diritto di condividere ciò che è messo sulla tavola.
E se deve esistere un dovere, grande, che da solo si contrapponga alla franchezza dei diritti, bene questo obbligo è l'apporto di un qualsiasi contributo: il sapere contro un boccone di pane; un'emozione in cambio di una fetta di torta; un abbraccio, ricambiato da un bicchiere di vino.



Che bello ricordarsi che è vera conoscenza quando appartiene a tutti; è vera gioia quando ciascuno ne può godere. Il cibo, il nostro mondo infine, raccoglie in sé tutti i significati più alti e nobili: delle sue infinite forme, delle sue complesse implicazioni cogliamo a volte solo l'aspetto più terreno e banale.

Fermiamoci per un istante a raccontarci quanto c'è di bello e buono dietro ad una tavola imbandita, con semplicità. Torniamo con il pensiero al comune denominatore di un pasto: la tavola, tonda come la mia foglia, ci dice che non esiste un posto migliore di altri, e che tra ciascuno ed il cibo vi è la medesima distanza.

Ecco la formula perfetta, tesi antitesi e sintesi del mio pensiero. Qui, o altrove, o in ogni luogo, ciascuno sappia ricordare, e rimettere al volo perfetto delle proprie rondini il significato stesso dell'essere nostro senza confini oltre la ragione che al palato procura godimento, oltre l'umano affanno e ancor più su.

Autore
Don Lisander

" Pesco perché mi piace pescare; perché amo i luoghi – sempre splendidi – dove vivono le trote e perché odio i luoghi – invariabilmente laidi – dove vive la gente. Pesco per tutte le pubblicità televisive, i cocktails e tutte le altre fesserie alle quali questa attività mi permette di sfuggire. Pesco perché in un mondo in cui la maggior parte della gente sembra in gran parte passare la propria vita a fare delle cose che detesta, la pesca è per me un’inesauribile fonte di gioia e un piccolo atto di ribellione; pesco perché le trote non mentono né ingannano e non si lasciano comprare né corrompere da una qualsiasi dimostrazione di potere: le trote le si conquista a forza di calma, di umiltà e di infinita pazienza; pesco perché ho l’idea che gli uomini facciano soltanto un passaggio su questa terra e non vorrei sprecare il mio; perché, Dio sia lodato, non ci sono telefoni sulle rive dei torrenti da trote; pesco perché soltanto nei boschi posso gustare la solitudine senza sentirmi isolato; perché il bourbon è sempre migliore quando lo si beve in un vecchio bicchiere di metallo, da qualche parte laggiù; perché può essere che un giorno acchiapperò una sirena; e, infine, pesco non perché io consideri la pesca come un qualche cosa di così terribilmente importante, ma proprio perché io considero la maggior parte delle altre preoccupazioni degli uomini come altrettanto vane – ma raramente così piacevoli. "

John D. Voelker (Robert Traver)

Testament d’un pêcheur à la mouche

Gallmeister, Paris 2007 (tit.orig. Trout Magic, The Lyons Press, New York 1992).

(agg. 2/2010)
Commenti
Briciole di Pane (Favolizia)
. . Briciole di pane (Triestina)
. . . . bricciole di pane (Sbardy)
. . briciole di memoria?? (Danycolo)
. . porco zio !! (Monica1)
. . Grazie... (Don Lisander)
briciole e tavola rotonda (Maria Letizia Fiori)
. . Grazie... (Don Lisander)


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